E’ da agosto che, sui giornali e nel dibattito pubblico, dominano notizie sulla crisi economica, sull’andamento dei listini di borsa e sui titoli del debito pubblico dei paesi. Nel paradosso che è proprio la difficoltà degli argomenti in questione che rende tutto questo interesse comprensibile e allo stesso tempo estremamente rilevante: siamo nel pieno di un processo molto profondo, cominciato nel 2007 con la crisi dei mutui e che ha avuto diverse fasi.
In una prima fase abbiamo osservato una crisi del meccanismo anglosassone (americano ma anche inglese) del credito, che ha dato origine a fenomeni come quello dei mutui subprime garantiti da contratti derivati, sicurinella teoria ma carta straccia nella realtà dei fatti. Questa crisi, connessa alla crisi del settore edilizio ed allo scoppio della bolla speculativa sulle case, ha determinato a catena una primo crollo delle attività finanziarie. Dopo questa fase, in cui si saldano crisi del credito e crisi finanziaria, ne abbiamo una seconda, in cui si saldano crisi finanziaria e crisi dell’economia reale. Dal secondo trimestre del 2008, infatti, la ripercussione sul settore reale è avvenuta su scala mondiale, e, come una palla di neve che diventa una valanga, il settore reale e quello finanziario si deprimono a vicenda, determinando il fallimento di importantissime banche di investimenti e un crollo mondiale del Pil come non si vedeva dai momenti più bui del secolo scorso. La terza saldatura invece si ha tra crisi del settore reale e crisi dei debiti sovrani. Dopo l’utilizzo generalizzato di spesa pubblica per sostenere le economie ed i sistemi bancari nei diversi paesi, come un cane che si morde la coda, si comincia a diffondere il sospetto che le finanze dei diversi paesi siano sostenibili. Il caso Grecia ed il trucco sui conti pubblici porta l’attenzione mondiale sul livello dei debiti pubblici, ma a rischio diventano in poco tempo tutti gli stati che sembrano non avere un sistema economico in grado di essere competitivo in un epoca di grandi sostegni e grandi salvataggi, fino ad arrivare a paesi prima considerati più solidi come l’Italia.
Tutto questo porta anche alla attuale nonché ricorrente discussione:come si esce dalla crisi? Se ne esce con politiche di espansione della domanda o restrizione l’offerta? Non ne ho scritto molto fino ad ora perché il dibattito è già noto e non aggiungerei nulla di più. E’ un braccio di ferro secolare, tra keynesiani e monetaristi, tra progressisti e conservatori, e che,negli anni passati del nostro paese, ha visto una sinistra del risanamento ed una destra irresponsabile. E’ abbastanza evincibile tra l’altro capire quale sia la mia posizione: per dirla con Krugman, pensare di curare il malato restringendo il bilancio pubblico è comportarsi come quei primitivi medici che pensavano di curare i pazienti dissanguandoli.
Il punto è che queste vicende sono utilizzate per aprire la strada ad una retorica insopportabile che prevede ulteriori cessioni di potere da parte della politica verso la finanza e la tecnica economica. Visioni subalterne culturalmente ad un ciclo di storia che con questa crisi sta esalando l’ultimo respiro, e che hanno colpi di coda paradossali come nel caso della proposta che chiede il pareggio di bilancio in costituzione: una proposta imbarazzante economicamente e legislativamente. Si può sostenere che sia necessaria una politica migliore, ma non che sia necessaria meno politica.
Già dall’inizio della vicenda greca si era capito che l’Europa, per come era stata immaginata, non era più sufficiente, ed a poco più di un anno da quella crisi, alla conferenza sul lavoro del Pd di Genova, Massimo D’Alema lancia la proposta di armonizzare i programmi delle maggiori forze socialiste europee che si presentano al voto alle prossime elezioni. La verità è che è in atto un altro braccio di ferro, forse meno evidente ma sicuramente non meno importante. Siamo nel mezzo di una delle più profonde ristrutturazioni della geografia politica del mondo, che sta avvenendo a velocità elevatissime grazie ai veicoli della globalizzazione e delle economie finanziarie. In tutto questola questione è se, di fronte al blocco statunitense, a quello asiatico, aquello delle economie emergenti del sud America, debba o no presentarsi un blocco europeo unito nelle sfide del futuro. E questo scontro si misura in alcune discussioni che troviamo nel dibattito attuale, come i vertici europei, la discussione sulla sottoscrizione dei debiti dei paesi in difficoltà, la discussione sugli eurobond, la tassa sulle transazioni finanziarie.
Da qui alcune mie riflessioni
1) La sottoscrizioni dei debiti pubblici, i default pilotati o altre soluzioni tecniche non basteranno ad evitare che il “contagio” di fiducia nei mercati internazionali si propaghi. I singoli paesi sono del tutto impossibilitati nel rispondere alla speculazione finanziaria in questa cornice europea, e tutti gli aiuti, necessari, rischiano di essere semplici palliativi. Il tema è e resta la governance: lo statuto della BCE, che impedisce di sottoscrivere i debiti pubblici dei paesi in nome dell’”indipendenza” della Banca centrale è stato superato.
2) La soluzione degli eurobond è anch’essa una soluzione di breve termine se non si affronta il nodo più grande di cui sopra. E’ condivisibile come arma tattica di una discussione, un modo riformista per superare di fatto il finto burocratismo della Banca Centrale Europea, ma non illudiamoci serva a risolvere il problema. Rastrelliamo altri soldi dal mercato finanziario con la forza della sostenibilità pubblica europea: ma come li spendiamo poi quei soldi? In che paese e per quali usi? Dovremmo mettere dei paletti, per definizione arbitrari (come la regola del 3% del deficit, voluta da Maastricht e che è risultata un artificio burocratico e nulla più). Ma soprattutto: chi decide come si investono quei soldi? Senza la politica, nel lungo termine, metteremo in circolo soltanto un altro titolo di debito, soggetto anch’esso alla volatilità internazionale.
3) Pochi si ricordano che la tassa sulle transazioni finanziarie c’era nel nostro paese, e l’abbiamo tolta noi. Era il bollo, che si pagava con l’acquisto dei titoli finanziari, e lo togliemmo proprio perché la mancanza di questo vincolo in altre parti del mondo determinava uno spostamento dei capitali verso altri paesi in cui le tasse erano minori e i profitti per chi voleva speculare, in potenza, più elevati. Dimentichiamo troppo velocemente che la principale legge di deregolamentazione finanziaria fu fatta da un governo positivo e progressista come quello di Clinton, il Gramm-leach-bliley act firmato il 12 novembre del 1999.
Premesso che sono d’accordo sia con la sottoscrizione dei debiti pubblici, che con gli eurobond che con le tasse sulle transazioni finanziarie. Cosa voglio dire con tutto questo?
Essenzialmente due cose
La prima: la crisi è di sistema, rappresenta un ciclo che finisce e che ha riguardato tutti, destra e sinistra. Tutti gli strumenti che ci fanno fare un primo passo in questa direzione sono utili, ma le scelte vere da compiere sono scelte strategiche e di prospettiva.
La seconda:c’è bisogno della politica. Solo con un risveglio della politica saremo in grado di invertire la rotta del declino.